Cara Oriana,
perdonami questo irriverente tu – mi arrogo d’imperio il diritto ad applicare la regola non scritta che tra colleghi giornalisti si usa così. Suona tremendamente presuntuoso, dato che io e te stiamo al giornalismo come l’ultima delle sartine e Coco Chanel stanno alla moda. Ma innanzitutto ormai ti sfido a dissentire. E in seconda battuta, se ho scelto questo mestiere – il più strano, divertente, frustrante ed entusiasmante del mondo – parte è pure colpa tua. Quindi cuccati le tue responsabilità…
Dico che è colpa tua (oltre che delle mie attitudini naturali) anche perché se non fosse stato per te e per qualche altro esempio celebre, forse avrei seguito strade più friulanamente consuete, ed ora magari sarei una diligente impiegata con marito, figli e mutuo. Niente rimpianti, per carità. Che non suoni come voler scaricare responsabilità.
Tuttavia è un fatto oggettivo. Tu, per chi ha scelto questa professione, sei (o dovresti essere) un gran punto di riferimento. Per la tua prosa, innanzitutto. Così asciutta, scarna ed immediata, ed allo stesso tempo così incisiva, efficace ed evocatica. Per me – geneticamente prolissa – il tuo stile cosi, lasciamelo dire, giornalistico, rimane un modello a cui tendere sempre. Con patetici risultati, magari, ma sempre un obiettivo.
Ma soprattutto per la tua affermazione secondo cui in ogni tuo pezzo od inchiesta hai lasciato un pezzo d’anima. Per quella capacità di vivere ogni cosa con partecipazione e dedizione. Con entusiasmo, direi. Cosa che ormai – in questi tempi di appiattimento generale – è merce così rara.
Questa tua vocazione a vivere tutto con passione e coinvolgimento è una lezione importante per me. Una lezione che probabilmente dovrebbe travalicare i confini dell’etica professionale e divenire regola di vita. Non ho mai sopportato la mediocrità, il compromesso inteso come mettere in discussione i principi (e non casomai nella sua accezione migliore di punto di incontro figlio del confronto).
Benedetto sarebbe il mondo se tutti fossero genuinamente convinti delle proprie idee, se i pecoroni che si bevono le frasi fatte cadute dall’alto divenissero finalmente fuori moda. Pasolini e Brecht – due autori da me molto amati e troppo spesso strumentalizzati da questa o da quella ideologia – non si sono mai stancati di predicare (temo inascoltati) che il diritto-dovere più prezioso dell’uomo sia il pensare con la propria testa, anche a costo di subire le conseguenze di posizioni impopolari o scomode.
Ebbene, secondo me, tu – come donna e come professionista – hai saputo mantenere fede a questo atteggiamento fino in fondo. E per questo godrai per sempre della mia stima e del mio affettuoso ricordo.
Poi, per parlaci chiaro, specialmente nell’ultimo periodo della tua vita ne hai sparate un paio grosse. Lucida e acuta come sempre nell’analizzare i dati di partenza, hai finito per approdare a delle conclusioni che per me dire sbagliate è poco. A leggere i tuoi libri più recenti ti confesso che mi sono proprio incazzata, e che mi sarebbe proprio piaciuto mettermi a controbattere punto su punto le tue tesi. Non riesco francamente a perdonarti come hai preferito identificare un nemico piuttosto che focalizzare le tue invettive verso il male che noi stessi ci portiamo dentro. Un po’ ci hai provato, ma purtroppo l’impressione generale che hai saputo evocare è solo quella negativissima dell’essere “contro” qualcosa. Da te avrei preferito che – piuttosto che accanirti verso un generico "male" – arrivasse un monito più forte all’introspezione verso le nostre stesse colpe. E magari un incoraggiamento a trovare una possibile via di dialogo.
Questa, comunque, non è le sede per mettersi ad entrare nel campo dei contenuti. Come ti ho detto, mi sarebbe piaciuto incontrarti faccia a faccia, discutere, argomentare ed all’occorrenza incazzarmi. Cosa che comunque avrei fatto sapendo di trovarmi di fronte ad un’avversaria alla quale riconoscere l’onore delle armi, verso la quale l’animosità sarebbe stata sanguigna e genuina proprio perché fondata su una dialettica onesta e su una grande stima. Quella che ci dovrebbe essere tra persone davvero libere e pensanti.
Non so come la vedevi tu, ma questo buonismo imperante, questo “politically correct” a tutti i costi (che appena viene intaccato è però capace magicamente nella più becera rissa da stadio, fondamentalmente e profondamente irrispettosa delle diverse possibili visioni), mi lascia un grande amaro in bocca. E ben venga chi – sia pur in totale disaccordo con le mie tesi – ha il coraggio delle proprie opinioni. Troverò sempre più stimolante una persona degna con cui litigare che un'ameba con cui ciarlare del nulla...
Montanelli – che non credo fosse in cima alla tua lista ideale, ma che comunque nel nostro mestiere aveva da dire la sua – diceva che “il giornalista che tenta di essere imparziale ed asettico a tutti i costi è soltanto un imbecille”. Secondo me in te c’è l’esempio più fulgido di questa definizione: giornalista imparziale fino in fondo nella raccolta dei dati, “pasionaria” fino all’estremo nella loro analisi. Questa è la lezione che come giornalista (e come donna) spero di aver imparato da te.
Fai buon viaggio.
Margherita