Sabato sera al Circolo Pabitele, di nuovo nella comoda veste di cameriera occasionale. Non più una divertente novità, ormai sono diverse settimane che dedico il mio sabato sera a far da rinforzo a quello staff simpatico e un po’ sconclusionato. Però comunque ancora un diversivo gradevole – ampiamente favorito da quei soldini extra che ora come ora sono tanto preziosi. Il lavoro fila liscio liscio, locale e clientela ormai più che familiari. Si corre abbastanza, non è proprio tutto relax. Ma il lavoro al bar mi piace sempre – soprattutto da quando non è più un’irrinunciabile necessità, bensì, appunto, un remunerativo hobby. Mi piace, ancor più che il banale contatto col pubblico, far filare la “macchina-servizio” come un motore registrato a puntino, allineando i lavori da fare in un ordine preciso, affinché nulla si inceppi. Occhio, siamo a corto di bicchieri, attenzione a recuperare per tempo i vuoti e a non sovraccaricare la lavastoviglie… Attenzione, tra un po’ resteremo senza ghiaccio, bisogna provvedere… Sono le due, ora che il concerto è finito chiederanno meno birra e più cocktail, controlla che sul banco ci sia tutto il necessario per affrontare l’orda dei nottambuli irriducibili… Così, insomma, una filiera da far scivolare via senza intoppi. Perfetto pane per i denti di un animo in fin dei conti teutonico come il mio. Del resto, sempre pensato di essere proprio brava, in questo mestiere. Cameriera di quinto livello con esperienza, mica cazzi! Mal che vada, un mestiere ce l’ho… In queste occasioni, però, senza farsi prendere dalla frenesia di un efficiente robot. Il caro vecchio Patibolo è troppo scazzato per permettere che il ruolo di “miss Perfettina” prenda il sopravvento. C’è comunque il tempo per qualche birretta e due chiacchiere con i soliti noti, dopotutto… Concerto mediocre (e pensa che ne parlavano tanto bene!), dietro al banco persone affiatate. Discreta latitanza dei soliti tre o quattro rompicoglioni alcolizzati molesti… Arrivano le quattro. I vuoti sono raccolti nel sacco del vetro, il bancone luccica di pulizia, le sedie sono già debitamente issate sui tavoli… Ora a nanna, a godere il sonno dei giusti. Non esageratamente stanca e con preziosi 40 iuri in più in tasca…
Sveglia come sempre ignorata, mi tira giù dal letto il telefono alle due. Che poi sarebbe l’una, con sta cavolo di ora legale. Mi ci vorranno almeno due settimane per entrare nell’idea… E’ la mamma, ovviamente. “Buona Pasqua! Vieni a pranzo?” Ovviamente, appunto… A dire il vero, mamma, ho ancora tanto sonno. Il lavoro di ieri sera, senz’altro. Ma soprattutto ‘sta cavolo di primavera. Cavolo, quanto dormirei, se potessi… E poi, vi ho promesso un pranzo speciale speciale, per domani, per Pasquetta. Un pranzo in pompa magna, cucinato con le mie manine, per potervi servire e trattare da signori. Perché debbo ricambiare tante gentilezze che sempre mi fate – dalla mamma che alla bisogna mi scarrozza qua e là ed il babbo che mi da libero accesso alla cantina, scorte di olio pugliese, formaggio di latteria e vino genuino compresi. Dai, per il pranzo no grazie, magari a cena… Tento di dormire ancora un’oretta, ma tra le coperte ci resisto poco. Se passo una delle poche giornate libere a poltrire a letto con il gatto sulla pancia, poi lo rimpiangerei nei prossimi giorni… Coraggio, qualcosa di utile e – allo stesso tempo – non troppo impegnativo lo si troverà da fare! Metto su una lavatrice. Libero lo stendino per la prossima infornata di panni umidi. Un po’ di aspirapolvere – ma solo un po’. C’è la linea per il pranzo di domani da preparare. Dico “linea” perché l’ho imparato dai cuochi con cui ho lavorato, e la cosa mi fa sentire molto “chef”, eh eh… Preparare gli ingredienti, forse, suona più modesto, ma comunque quello è… Disosso l’agnello e metto i bocconcini a marinare in spezie e vino bianco – mica lo vorremo stopposo, domani… Impasto e metto a lievitare il pane. Scotto a vapore le verdure per il primo e per l’antipasto… Ricontrollo se ho tutto pronto… Sì, c’è tutto! Nel frattempo mi guardo in tv “Il Gigante”: Liz Taylor, Rock Hudson, James Dean. Splendido il cinema della Grande Hollywood, film così non ne fanno più. Ore 18. Per il mio orologio biologico, irrimediabilmente le 17. Ho finito le cicche, buon pretesto per uscire. Inforco la bici e mi faccio un bel giretto. Fino al distributore automatico di v.le Palmanova, e poi via, vagolando senza meta per le stradine del quartiere. Un bel quartiere, al limite tra una Udine che sembra sempre più una città e un paese della periferia contadina, con qualche vecchio palazzo popolare (di quelli belli, però, quando ancora anche per i “proletari” si costruivano palazzine con abbozzi di giardino e spazio vitale garantito) e qualche pretenziosa villetta – sogno realizzato di friulani mattone-dipendenti, tronfi ed orgogliosi dei loro giardinetti piccoli e curatissimi. L’aria è insospettabilmente calda, sebbene velata di foschia. Posso pedalare così, per più di un’oretta. Una volta tanto non pensando assolutamente a nulla… Poi me ne torno a casa. Quattro coccole a Bianca che fa le fusa sul divano, di seguito “L’attimo fuggente” (terza volta, credo) e “Corpi al sole” (per la decima volta, un Peter Ustinov godibilissimo Poirot). Poi a nanna, pacifica come un infante.
Sveglia alle nove. Con debiti tempi tecnici di mio fratello – mio occasionale autista – sono nell’attrezzatissima cucina dei miei alle dieci. Mi metto al lavoro. Vorrei fare tutto da sola, ma mia mamma insiste a proporsi nel ruolo di aiuto-cuoco. Io avrei voluto che se ne stesse lì in panciolle a farsi servire, ma lei è fatta così, adora sentirsi utile. Tutto liscio e regolare, a parte mio fratello e Pier – amico di sempre, ospite e complice nell’organizzazione del pranzo – che sdegnosamente rifiutano l’idea delle mie quagliette al forno. Vagamente schifata, invento al volo una variante al piatto a base di coscette di pollo. Perle ai porci! Menù in programma (disciplinatamente portato a termine) è una “rapsodia” dominata dai colori verde e giallo, tutta a base di ingredienti di stagione: Crostini “Primo Sole” (pancarrè ai cereali con maionese aromatizzata alla senape, dischetti di uova sode e verdure di stagione al vapore), Tagliatelle “Gialla Primavera” (pasta fatta con le mie manine, profumata allo zafferano, saltata in padella con ragout di asparagi, taccole, piselli, carciofi e zucchine e mantecata con formaggio “Feta”), Quagliette in Nido Verde (quaglie al forno servite su letto di cicorietta spadellata e vassoietti di sfoglia), Agnello ai Profumi dell’Orto (brasato di tocchetti di agnello marinati 24 ore). Patate al Vapore (condite con prezzemolo, olio pugliese e vino bianco), Lidric cul Poc in vinagrette, Pane Casareccio Integrale alle Patate, Tiramisù Carioca (dischetti di Pinza alternati a crema pasticcera all’ananas e coulisse di kiwi). Tutto rigorosamente di mia invenzione, ci tengo a precisare… Mamma e papà apparecchiano la tavola della sala. Quella delle feste. Mamma tira fuori una tovaglia bella, papà i suoi costosissimi bicchieri del corso di sommelier e adeguato vino buono. Pier sforna addirittura dei menù stampati ad hoc su carta paglia, che fa molto ristorante figo… Sembrano tutti apprezzare. La cucina, ma soprattutto i miei sforzi. E di questo, sono loro molto grata. Detto fra noi, so che mio padre – buongustaio di carniche attitudini – avrebbe apprezzato molto più dei Cjarsons o muset e brovada. Mia madre, addirittura, pane e formaggio. Gli ossicini delle quaglie, probabilmente, la spazientiscono. E la carne d’agnello, forse, non le è troppo familiare o congeniale. O forse le fa senso l’idea di mangiare un candido agnellino… Quanto a Pier ed a mio fratello, quelli non fanno testo, si nutrirebbero di pura pizza… Fatto sta che comunque fanno del loro meglio per dimostrarsi entusiasti – sia pur con qualche simpatica ironia qua e là. La tavola delle feste imbandita, il set di bicchieri di lusso, l’evidente sforzo di mandare giù anche quell’ultimo boccone – anche quando, evidentemente, lo stomaco è già rimpinzato al limite dell’umano… Insomma, un pranzo importante, la celebrazione solenne dello stare assieme, il gesto simbolico che va oltre il rito del consueto pranzo della domenica… Quello che speravo di creare io, insomma. Come a dire, volevo fare un atto di amore e di gratitudine nei loro confronti. E poi alla fine scopro che l’atto d’amore l’ho ricevuto io, nel vederli accondiscendere ai miei programmi e alle mie megalomanie. Anche quando – diciamoci la verità – forse avrebbero preferito una pasta al sugo guardando il tg. Questi sono i momenti in cui – per quanto balorda, sconclusionata e pazzesca possa essere o essere stata la mia famiglia – mi ricordo perché sono grata che esista.
Dopo due sante ore di digestione, un paio di caffè ed un grappino, mi decido a trascinarmi giù dal divano. C’è il sole, mica si può sputtanare così un giorno libero, dio bono! E meno male che c’è Pier sollecito a propormi un giretto all’aria aperta, altrimenti ci sarei ancora, su quel divano. Sarà sempre il mio grande demone, la pigrizia… Il tempo è troppo poco per progettare avventurose escursioni, molto più praticabile raggiungere delle amiche al Parco del Cormor. Afferro il guinzaglio e mi trascino dietro Heidi – sulla carta il mio cane, nella realtà viziatissima pigrona debosciata dall’anarchica atmosfera di casa dei miei. Con lei al guinzaglio – lunga passeggiata per il parco con Pier e le amiche, chiacchierando più o meno del nulla, più o meno di grandi questioni. Care persone, quelle presenti. Ma – in tutta onestà – sono poco attenta. Oggi mi sento persa per miei personalissimi sentieri emotivi, mi attrae molto di più respirare la bella stagione in arrivo e concentrarmi sul mio rapporto con Heidi. Un cane avrebbe bisogno di presenza quotidiana, io posso invece dedicarle solo rari sprazzi. Sprazzi in cui vorrei insegnarle alcune cose, trasmetterle la mia presenza nella sua vita, coltivare nella sua compagnia una parvenza del mio sogno di sempre – quello di scorazzarmene libera in mezzo alla natura col mio cane al fianco. Mentre ora mi ritrovo in mezzo ad una folla stile lignanese, in compagnia di un quadrupede dolcissimo, ma assolutamente incapace di civili rapporti inter-canini o inter-personali (familiari esclusi), e talmente timida e terrorizzata dal prossimo da incespicare di continuo tra i miei piedi. Vabbè, le voglio bene lo stesso, sarà anche una goffa sfigata, ma è tanto tanto dolce… La giornata è bella, anche se nuvoloni neri si affacciano all’orizzonte. Me ne resto pazientemente in compagnia ancora un po’, mentre nel frattempo tento di mostrare ad Heidi alcuni rudimenti di come si dovrebbe comportare una cagnetta a modo. E – tanto per non farle torto – debbo perfino riconoscere che, quando vuole, ci riesce pure. Gli altri votano per un gelato. Mi dispiace fare la asociale, ma preferisco declinare. Preferisco fare una passeggiata con Heidi, tornare - almeno per un tratto – a casa dei miei a piedi. Mi trovo in una condizione strana: insolitamente refrattaria al contatto umano, ma per nulla rognosa (come ahimè spesso mi capita quando ho la luna storta). Non sto male, non ce l’ho con nessuno, non c’è nulla che mi dia fastidio, anzi… E’ solo che preferisco camminare, starmene in silenzio o – al massimo – ripetere meccanicamente comandi e incoraggiamenti alla mia cagnetta. Con la testa – una volta tanto – leggera leggera leggera…
Me ne arrivo a casa dalla mamma. Lodo Heidi per gli sforzi fatti. E’ stata buona e dignitosa, mamma lupo e papà setter sarebbero orgogliosi… Lei, per contro, al rumore di un tuono lontano si affretta a nascondersi sotto la panca. Come non detto… Io e papà ci facciamo un taglietto di rosso buono, scrafolandoci mezzo Osterschinken spolverato di cren grattuggiato fresco (da ex frontalieri, mica ci possiamo esimere dal rispettare la tradizione tutta austriaca del prosciutto di Pasqua cotto nel pane, no?). Mamma e Pier – che nel frattempo ci ha raggiunti – preferiscono scafarsi mezza colomba artigianale col frizzantino. Che famiglia di inguaribili epicurei… Raccatto una bottiglia di brodo fatta dalla mamma, un paio di kg di patate che si sono fatti mandare dalla montagna e qualche altro avanzo assortito dal frigo. Ciao, papà! Ciao, fratello brontolone! Ciao, mamma, grazie per il mattarello e l’asse da impasto nuovi che mi hai regalato! Ciao, Heidi, la prossima volta ti porto in collina, dove saremo solo io e te! Ciao ai sei gatti. Ciao alle tre cocorite (oh, mio Dio! Mamma le ha battezzate Charles, Diana e Camilla! Non ho parole…). Ciao a tutti, vado a casa. C’è Bianca che mi aspetta ed un post che mi scappa. Che bella Pasqua, credo che me la ricorderò. Ci sentiamo domani….
PS. Con stasera comincia la settimana d’inferno, piena di scadenze lavorative serrate e di prevedibili accumuli di stress. Pertanto – agli amabili visitatori del mio bloggino – comunico che commenterò poco e posterò ancor meno. A tempi migliori…

